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Una Raccolta di Classici da Non Perdere Parte 4

Siamo tornati ancora una volta con l’ormai consueto appuntamento mensile con i cult! Ecco a voi la quarta parte della raccolta di classici!

I Sette Samurai, del 1954

Film drammatico storico giapponese del 1954, montato, co-scritto e diretto da Akira Kurosawa.

Ha ricevuto critiche ottime fin dall’uscita sia dalla rivista Sight & Sound che su Rotten Tomatoes ed è al primo posto della lista del 2018 stilata dalla BBC I 100 Migliori Film in Lingua Straniera.

Questa pellicola ha inoltre il particolare primato di essere la più citata, rimaneggiata e rifatta.

Come altri film consigliati in questa rubrica I Sette Samurai ha avuto delle nomination a Premi Oscar e BAFTA senza però vincerne nessuno, mentre Akira Kurosawa ha vinto il Leone d’Argento al Festival di Venezia del 1954.

La trama racconta di un villaggio di contadini nell’era Sengoku, periodo storico che va dal 1467 al 1603, che per proteggere il loro raccolto dai briganti decide di assumere dei samurai.

Dato che possono pagare solo con cibo e alloggio i contadini trovano e assoldano sette rōnin, samurai decaduti, rimasti senza padrone o per la morte di quest’ultimo o per averne perso la fiducia.

Dopo un primo periodo problematico nei rapporti tra contadini e samurai comincia a nascere una fiducia e stima reciproca e si inizia ad organizzare la difesa del villaggio.

Seguono una serie di scontri con i banditi che portano alla morte di alcuni dei sette samurai e di alcuni contadini, ma grazie alle strategie approntate il villaggio viene salvato e i banditi uccisi.

Colazione da Tiffany, del 1961

Ispirato all’omonimo romanzo breve di Truman Capote (1958), Colazione da Tiffany è stato uno dei film di maggiore successo dei primi anni ’60, oltre ad aver consacrato definitivamente Audrey Hepburn come icona di stile.

La storia, sapiente mix di commedia e dramma, ruota intorno all’incontro/scontro tra lo squattrinato scrittore Paul – interpretato da George Peppard – e l’affascinante Holly – Audrey Hepburn -, alla continua ricerca di un uomo facoltoso da sposare, in un condominio di Manhattan dell’epoca.

Ai due fa da spalla un gatto senza nome, adottato dalla giovane donna e che avrà un ruolo fondamentale nel finale.

Il personaggio di Paul e, soprattutto quello di Holly, si muovono al confine della buona società, cercando di sfruttare la propria avvenenza e la propria intelligenza nel tentativo di fare una scalata sociale.

La ragazza, in particolare, passa da una festa all’altra, esce con uomini di ogni tipo, rincorre il tempo, oscilla tra depressioni profonde ed esaltazioni sfrenate.

Ma non manca mai, la mattina, di far colazione davanti alle vetrine di Tiffany, sognando di potersi permettere i costosi prodotti al suo interno. Celebre la scena in cui con Paul, in un momento di follia, decidono di rubare due buffe maschere dal grande magazzino.

L’uomo non è da meno e si fa mantenere da una ricca amante più grande di lui, nel tentativo di sfondare come scrittore.

Ma alla fine l’amore avrà la meglio sul materialismo e il film si conclude con un appassionato bacio sotto la pioggia, facendo presagire un futuro insieme dei due che, contro ogni piano, si sono perdutamente innamorati l’uno dell’altra.

La pellicola, candidata a cinque Oscar nel 1962, riesce a portare a casa due statuette, una per la miglior colonna sonora e l’altra per l’indimenticabile canzone Moon River, cantata dal personaggio di Holly in un momento di malinconia, accompagnata dal suo fedele ukulele.

clip dal film

Viale del Tramonto, del 1950

Celebriamo nel 2020 i 70 anni di questo capolavoro del cinema in bianco e nero: Viale del Tramonto.

Noir del 1950 diretto da Billy Wilder e scritto in parte da lui, in parte dal produttore Charles Brackett e da D.M. Marshman Jr.

Questo film ebbe molte critiche positive alla sua uscita e nel 1951 fu candidato a 11 Premi Oscar di cui ne vinse 3: Migliore Sceneggiatura originale a Billy Wilder, Charles Brackett e D.M. Marshman Jr., Migliore Scenografia a Hans Dreier, John Meehan, Sam Comer e Ray Moyer e Miglior Colonna Sonora a Franz Waxman.

Inoltre, nello stesso anno, tra gli altri premi, vinse quattro Golden Globe come Miglior Film Drammatico, Migliore Regia a Billy Wilder, Miglior Attrice in un film drammatico a Gloria Swanson e Miglior colonna sonora a Franz Waxman.

La trama inizia con una delle scene più iconiche del cinema: un cadavere galleggiante in una piscina. E la voce narrante è proprio quella del povero malcapitato a mollo che ci racconta come si è arrivati a questo punto.

Joe Gillis, questo il nome del defunto, ci riporta con un flashback a sei mesi prima mentre cerca di vendere delle sceneggiature senza successo.

Cercando di sfuggire a dei creditori, Joe si infila nel cortile di una villa apparentemente deserta dove incontra una diva del cinema muto ormai dimenticata e in là con gli anni, Norma Desmond.

I due fanno conoscenza, condividono le loro esperienze come attrice e sceneggiatore e Norma convince Joe ad andare a vivere nella sua villa. Inizialmente l’uomo è contrario ma i debiti e i creditori non gli danno altra scelta.

Joe col tempo conosce sempre di più la ex diva e capisce che la donna nega la fine della sua carriera e viene a sapere dal maggiordomo Max che in precedenza ha già provato a suicidarsi.

Viene a crearsi un rapporto di dipendenza tra Joe e Norma, da una parte per la mancanza di soldi e dall’altra per la mancanza di attenzioni.

Ma con il passare del tempo e l’evolversi del rapporto si arriva al punto di rottura e Joe è deciso ad andarsene nonostante le minacce di Norma.

Sta per lasciare la villa per sempre nonostante la pistola nella mano della donna ma dopo tre colpi si ritorna alla scena iniziale.

Il flashback finisce e nell’ultima scena vediamo Norma circondata da poliziotti e addetti stampa accorsi nel luogo del delitto.

Avendo perso completamente il contatto con la realtà, l’ex diva improvvisa un discorso su quanto sia felice di essere tornata a recitare e chiude con una delle cento migliori citazioni cinematografiche di tutti i tempi – al settimo posto secondo l’American Film Institute – : “Eccomi, De Mille, sono pronta per il mio primo piano”.

Ladri di Biciclette, del 1948

Nel periodo più florido per la cinematografia italiana questo film mise d’accordo la critica di tutto il mondo per la sua bellezza.

Quest’opera del 1948 diretta, prodotta e in parte sceneggiata da Vittorio De Sica è ritenuta uno dei massimi capolavori del neorealismo cinematografico italiano.

Nel 1950 ha ottenuto il Premio Oscar onorario e il Golden Globe come Miglior Film Straniero ed è classificato nella quarta posizione ne “I 100 migliori film del cinema mondiale – I più grandi film non in lingua inglese” dalla rivista Empire.

La vicenda si svolge a Roma, nel periodo seguente la Seconda Guerra Mondiale. Antonio Ricci è un padre di famiglia come tanti che cerca lavoro per tirare avanti.

Finalmente trova un posto come attacchino comunale ma, dato che ha bisogno di una bicicletta per lavorare, lui e la moglie Maria scambiano le loro lenzuola per quella che Antonio aveva impegnato al Monte di Pietà.

Destino vuole che proprio il primo giorno di lavoro la bicicletta venga rubata, Antonio rincorre il ladro ma inutilmente. Quando capisce che la polizia non gli sarà di nessun aiuto decide di “indagare” personalmente e contatta amici e conoscenti per un aiuto.

Dopo una serie di tentativi, avvistamenti del ladro senza conseguente cattura e disavventure, Antonio capisce che la bicicletta è ormai persa.

Insieme al figlio Bruno aspetta un tram per tornare a casa e nota un’altra bicicletta incustodita lì vicino. In un momento di debolezza cerca di rubarla ma in questo caso il furto viene sventato e il ladro evita il carcere solo grazie al pianto disperato del figlio.

Riguardo la scena del pianto c’è un famoso aneddoto raccontato spesso da De Sica. Il regista raccontava di aver nascosto dei mozziconi di sigaretta in tasca al bambino per poi accusarlo di essere un “ciccarolo” e portarlo alle lacrime in modo da girare una scena molto realistica.

Questo aneddoto è stato smentito dall’attore Enzo Staiola che interpreta il piccolo Bruno nel film.

Stand by Me, del 1986

Film drammatico di formazione del 1986 basato sul racconto Il Corpo, contenuto nella raccolta di racconti Stagioni Diverse scritta da Stephen King e pubblicata nel 1982.

Stephen King è un autore incredibilmente prolifico e, forse proprio per questo, non sempre le sue creazioni sono opere eccellenti ma in questo caso si può parlare tranquillamente di capolavoro.

La vicenda è ambientata a Castle Rock, una piccola città dell’Oregon, nel 1985 e racconta l’avventura di quattro amici dodicenni: Gordon “Gordie” Lachance, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio.

Quest’ultimo ascolta casualmente una conversazione del fratello e viene a sapere che insieme ad un amico ha visto il cadavere di un ragazzino fuori città.

Vern lo racconta ai tre amici e insieme decidono di fare una buona azione e andare a recuperare il corpo. Durante il viaggio affrontano vari ostacoli e problemi, maturando e crescendo insieme ed in questa sezione si trova una delle scene più iconiche del film, i quattro ragazzini che camminano insieme sui binari mentre si dirigono verso l’avventura.

Una volta giunti al cadavere, che veniamo a sapere essere di Ray Brower, un ragazzo scomparso tre giorni prima dopo essersi allontanato da Castle Rock per raccogliere mirtilli, parte uno scontro con i ragazzi più grandi che avevano trovato il corpo.

I quattro amici riescono a vincere la battaglia ma dopo tutto quello che è successo capiscono che la cosa migliore da fare è una telefonata anonima alla polizia.

Dopo un salto in avanti di molti anni troviamo Gordie, adulto e con una famiglia tutta sua, che è diventato uno scrittore come sognava e si scopre che Chris è stato ucciso nel tentativo di fermare uno scontro. Così il nostro scrittore – elemento ricorrente delle opere di Stephen King – decide di scrivere la storia della loro avventura.

Nel 1987 il film ha ricevuto la nomination al Premio Oscar come Miglior Sceneggiatura Non Originale a Raynold Gideon e Bruce A. Evans e le nomination al Golden Globe come Miglior Film Drammatico e Miglior Regia a Rob Reiner.

Anche questa volta speriamo di aver saziato la vostra fame di nostalgia, con questa nostra quarta parte della classifica di classici.

L’appuntamento è al mese prossimo!

Pietro Trombetta
Amate film/serie/videogiochi/fumetti/libri... insomma le storie di qualsiasi tipo? Allora andiamo d'accordo amici miei! La mia esperienza nel campo viene semplicemente dall'aver passato anni a seguire ogni storia che mi appassionava. Spero che i miei articoli sappiano attirare la vostra attenzione e vi spingano a pensare a tutto il lavoro dietro ogni singola serie o film. E ricordate sempre: «Non permettete a un vogon, per nessuna ragione al mondo, di leggervi le sue poesie».

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