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Una Raccolta di Classici da Non Perdere, Parte 8

Benvenuti nella sezione grandi classici, consigliati da Film e Dintorni!

Come ogni mese, selezioniamo per voi alcuni titoli che hanno fatto la storia del cinema internazionale, consigliati perché hanno saputo imprimersi nella memoria collettiva divenendo, nel tempo, veri e propri cult.

WALK, DON’T RUN – Cammina, non correre, 1966

Una piacevole commedia, che è anche l’ultimo film di Cary Grant, prima che il divo si ritirasse dalle scene nel 1966.

Sir William Rutland (Cary Grant) è un ricco affarista inglese, che si reca a Tokyo per motivi di lavoro durante le Olimpiadi del 1964.
A causa del fermento, ma soprattutto del turismo dovuto all’evento sportivo, l’uomo non riesce, però, a trovare alloggio in nessun albergo.

Neanche all’ambasciata britannica riescono ad aiutarlo, ma un avviso lasciato su una bacheca lo porta a casa di Christine Easton, una bella e algida ragazza inglese, in cerca di una coinquilina con cui dividere il proprio appartamento.

Vincendo la diffidenza e la ritrosia di Christine, che avrebbe preferito ospitare una donna, Rutland si fa accettare e – a sua volta – subaffitta metà della propria stanza a Steve Davis, un atleta fondista americano giunto nella capitale giapponese prima della data stabilita, allo scopo di visitare la città e che sir William trova subito simpatico perché gli ricorda lui da giovane.

L’insolito trio si trova via via coinvolto in schermaglie sentimentali e in esilaranti situazioni di convivenza forzata, complicate dal fatto che Christine è fidanzata con Julius Haversack, un noioso dipendente dell’ambasciata britannica.

Dopo diverse e divertenti peripezie, il timido e impacciato atleta americano, grazie anche agli incoraggiamenti del più maturo Sir William, riuscirà a dichiarare il proprio amore alla giovane Christine.

La pellicola, poco conosciuta in Italia rispetto ad altre dello stesso periodo, è essa stessa un remake di un altro film: Molta brigata vita beata di George Stevens, del 1943.

Questa versione, che ebbe meno successo in patria dell’originale, è, in realtà, molto attuale e “veritiera” nel descrivere le piccole difficoltà, ma anche i momenti spensierati della vita di tre coinquilini in un paese straniero.

Una visione adatta per chi, dopo una dura giornata di lavoro o studio, volesse ritrovare un po’ di tranquillità e serenità con delle risate intelligenti.

Il film completo e in lingua originale è su Youtube!

IL POSTO DELLE FRAGOLE – Smultronstället, 1957

Film drammatico scritto e diretto da Ingmar Bergman nel 1957 ed interpretato da Victor Sjöström e Bibi Andersson.

Il regista svedese, già applaudito in patria, divenne con questo titolo uno dei più valutati a livello internazionale, ottenendo la sua prima nomination all’Oscar nella categoria Miglior Soggetto. Nello stesso anno, rilasciò anche “Il Settimo Sigillo”, un altro dei suoi capolavori.

Il protagonista della pellicola è l’anziano e stimato professore Isak Borg, che viene insignito di un ambito premio accademico a coronamento della sua carriera. Per ritirare il riconoscimento è costretto ad affrontare un lungo viaggio in automobile, per cui la nuora Marianne si offre come accompagnatrice.

Durante il tragitto, la giovane denuncia l’egoismo e rinfaccia l’avarizia dello scienziato, accusandolo di non sopperire alle mancanze economiche del figlio.

A seguito di una deviazione, Isak si ritrova nei luoghi del suo passato, in una casa abitata per anni con i fratelli durante l’estate. Assopendosi in un prato, le memorie sembrano rianimarsi ed egli si trova davanti Sara, la ragazza amata in gioventù, intenta a cogliere delle fragole selvatiche.

Al risveglio, una ragazza molto rassomigliante alla Sara appena sognata, chiede un passaggio ad Isak per sé e due amici, che si contendono a gran fiato la giovane. Durante una sosta in una trattoria, il gruppo discute con impetuosità sull’esistenza di Dio e il professore, alla domanda se fosse credente o meno, risponde: “La Sua presenza è indubbia ed io la sento in ogni fiore e in ogni spiga al vento”.

Con una seconda deviazione, Isak fa visita anche all’anzianissima madre. La donna, sola e abbandonata, mostra agli ospiti impolverate fotografie, giocattoli e oggetti appartenenti alla famiglia, tra cui un simbolico orologio senza lancette.

Quando Marianne si rimette alla guida, Isak viene colto da un altro sogno, in cui Sara lo conduce attraverso alcuni degli episodi nodali della sua vita personale e professionale, annunciandogli che a breve sarà costretto a morire. Nel frattempo, la nuora si scioglie e gli confessa di essere in crisi con il marito.

Il gruppo arriva finalmente a destinazione e la cerimonia ha inizio: trombe e campane accolgono il professore, che è profondamente commosso dall’affetto ricevuto.

Prima di coricarsi, Isak riesce a far riconciliare la nuora con il figlio, donando alla coppia quella pace ed armonia che sembravano perdute. Dopo un ultimo sogno nostalgico in cui rivede nuovamente Sara, può, quindi, addormentarsi sereno.

“Il Posto Delle Fragole” non è altro che il bilancio morale di uomo al termine della propria esistenza. Le persone della sua vita, passata e presente, gli compaiono in un’epifania amara e dolorosa, che lo rende cosciente delle colpe, delle negligenze e delle manchevolezze.
La frase “Sono morto pur essendo vivo”, recitata dal professore dopo un brusco risveglio, rappresenta, forse, la chiave di lettura di tutta la pellicola.

L’angosciante nostalgia del passato si miscela al tormento del proprio egoismo e al rimpianto di un’esistenza più semplice.
Isak, nonostante i decenni di ricerca scientifica, scopre cos’è la vita soltanto quando non gliene è rimasta più da vivere.

Il pessimismo di Bergman si discioglie nell’accettazione prima della vita e poi, come un effetto naturale, della morte.
Il sogno e il subconscio in generale hanno qui, come in innumerevoli altre opere del regista (“La Vergogna”, “Monika e il Desiderio”, “Persona”, “Fanny E Alexander”), un ruolo predominante nella struttura narrativa.

L’incubo in apertura può essere considerato quint’essenza dell’intera simbologia bergmaniana, in cui l’occhio del regista si aggira in una dimensione surrealista, dove il tempo è terminato (gli orologi senza lancette) e il protagonista assiste al proprio stesso funerale.

Il messaggio ultimo, che si evince anche dal titolo, è quello di addentrarsi nel proprio personale “posto delle fragole”, quel luogo sicuro e protetto del passato da cui ripartire per un’autoanalisi critica, che ci fa ricordare quanto siano fondamentali le nostre radici.

Easy Rider, 1969

Film drammatico del 1969 diretto da Dennis Hopper e sceneggiato dallo stesso, in collaborazione con Peter Fonda e Terry Southern. Hopper e Fonda, diventati icone culturali grazie a questo ruolo, sono anche i protagonisti, assieme ad un giovanissimo Jack Nicholson. Candidato a 2 premi Oscar (Miglior Sceneggiatura e Miglior Attore Non Protagonista), “Easy Rider” è uno spaccato della generazione hippy americana che, ancora oggi, affascina e attira per la sua libertà e drammaticità.

Billy (Hopper) e Wyatt (Fonda) utilizzano il denaro guadagnato da un trasporto di cocaina per acquistare due chopper e attraversare gli Stati Uniti in un road trip che ha per destinazione il Mardi Gras di New Orleans. Il viaggio è per lo più un pretesto per rivelare il teatrale e spigoloso paesaggio degli stati del Sud e documentare la situazione di alcune delle minoranze del tempo. Il duo, infatti, si ritrova rapidamente in una comune agricola, i cui membri sono dediti a promiscue abitudini sessuali e all’uso di droghe.

Successivamente, Billy e Wyatt vengono incarcerati per atti scostumati in luogo pubblico e, in prigione, fanno la conoscenza di George (Nicholson), un giovane avvocato di diritti civili con l’abitudine di alzare troppo il gomito.

George, dopo averli fatti scagionare, si aggrega e prosegue il viaggio insieme a loro. Una notte, accampati sotto le stelle, il gruppo fa uso di marijuana, sostanza sconosciuta all’avvocato di provincia e che provoca in lui strampalate teorie mistiche sugli alieni e sul creato.

Viaggiando di città in città, i tre sono costantemente preda di scherni e beffe per il look trasandato e poco mainstream ed una sera, durante una faida con alcuni locali, George perde la vita. Billy e Wyatt prestano omaggio all’amico deceduto raggiungendo il bordello preferito del giovane a New Orleans e trascorrendo la notte con delle ragazze. La scena è resa tramite una sequenza di immagini a forma libera, cui segue un intermezzo psichedelico causato da una pasticca di LSD, in cui i due vanno a zonzo per un cimitero.

Gli amici lasciano, quindi, la città e risalgono in sella alla loro moto, ma in una strada di campagna vengono affiancati da alcuni ribelli armati che sparano a Billy a sangue freddo. Wyatt, dopo aver cercato di rianimare il compagno d’avventura, si imbatte nuovamente nel gruppo, che con le proprie armi colpisce il serbatoio della sua moto, facendola esplodere.

Nessun film meglio di “Easy Rider” ha saputo rappresentare la generazione sessantottina con le sue controtendenze, subculture e filosofie di vita. Il senso di evasione e libertà è lo spirito guida che muove i personaggi alla costante ricerca di un’identità (o non-identità) in una strutturata e bigotta società di stampo borghese.

Tutta l’opera è sostanzialmente una propaganda dell’ideologia hippie, incentrata sulla ribellione anarchica dei giovani dell’epoca. L’incontro con George, il giovane avvocato alcolizzato interpretato da Nicholson, è testimonianza del fallimento dell’ala “tradizionalista” del paese.

Il finale amaro, che in un certo senso richiama “Il Sorpasso” di Dino Risi, a cui Hopper si è liberamente ispirato, è anche presagio della fine tragica di un intero sogno generazionale. Il decennio degli anni ’70, con l’avvento delle sue problematiche socio-culturali, è alle porte e l’esplosione finale ne è profeticamente simbolo.

Quel senso di libertà assoluta (di vestirsi inadeguatamente, di non seguire i canoni classici imposti, di vivere alla giornata) che buca lo schermo è ancora incredibilmente attuale, se non, addirittura immortale.

Non solo a livello di idee, ma anche nel fare cinema, “Easy Rider” rivoluzionò completamente la politica degli studios hollywoodiani, portando in auge il carattere dissidente e celato di un’America in abissale contrasto interno e dando visibilità ad una gioventù insoddisfatta e ribelle (come già avvenuto ne “Il Laureato”), andando a creare quel filone conosciuto come “Nuova Hollywood”.

Speriamo che questa raccolta di classici parte 8 vi sia piaciuta. Vi diamo come sempre appuntamento al mese prossimo.

Avevate già visto qualcuno dei film proposti? Se si, fatecelo sapere in un commento!

Riccardo Armonti
Potete trovarmi dentro un film di Charlie Chaplin, nei dischi dei Beatles o tra le pagine di Herman Hesse. Ho vissuto in tre continenti, ma non ho ancora assaggiato un ragù che possa competere con quello della mamma.

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